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Buddhismo zen e pratica scientifica - 6. Il sé e le diecimila cose

mercoledì 2 settembre 2009

Langues :

Buddhismo zen e pratica scientifica
Un approccio sostenibile al dialogo fra religione e scienza

6. Il sé e le diecimila cose

Luigi Cerruti
Università di Torino
e-mail: luigi.cerruti@unito.it

Due religioni, il Dharma e il Taoismo, avevano nelle loro fonti originali alcune sorgenti in comune, in primo luogo l’inesprimibilità del mistero del mondo e in secondo luogo la ricerca di una particolarissima ‘passività’ del praticante. Il chan - da cui nacque lo Zen - ha accettato e interpretato wuwei 無為, la non-azione taoista, come una attività perfetta, divenuta spontanea, non più condizionata dai tormenti dell’addestramento e dalle preoccupazioni dell’esito felice.

La non-azione è strettamente connessa con il non-impedimento della cosmologia mahayana: in un certo senso è la realizzazione stessa, nell’Esserci, del duplice non-impedimento fra legge e cosa e fra cosa e cosa. Il culmine di questa elaborazione si è avuta con Dogen, e con la sua opera arriviamo ad una intersezione molto interessante fra scienza e Dharma (intersezione che riguarda ciò che si fa e non ciò che si dice). Dogen Zenji 道元禅師 (1200-1253) è stato un Maestro, un filosofo, un poeta, un riformatore. In quegli stessi anni in Italia viveva e predicava San Francesco d’Assisi (1181-1226). I suoi scritti sono un tesoro inesauribile per i praticanti, anche se l’accesso diretto è estremamente difficile (pure per gli studiosi giapponesi).

I testi sono ora disponibili, dopo essere stati letteralmente requisiti per secoli dai suoi successori alla direzione della Scuola Soto Zen da lui fondata in Giappone (Sōtō-shū 曹洞宗). Solo nel 1926, ad opera dello storico giapponese Watsuji Tetsuro, Dogen è stato restituito all’umanità. Il giudizio di Watsuji, riportato in inglese da Hee-Jin, fu durissimo: "Dogen non è più «Dogen, il fondatore della setta», ma il nostro Dogen. La ragione per cui oso fare una simile affermazione arrogante è che so che finora Dogen è stato fatto morire all’interno della setta Soto". [1]

Un testo di grande importanza è il Genjōkōan 現成公案; un suo passo, tanto breve quanto significativo, racchiude un prezioso insegnamento che da molti anni cerco di seguire nella vita quotidiana e nella ricerca. Purtroppo non sono in grado di tradurlo, anche se capisco che nel testo originale sono in gioco il sé (jiko 自己) e le ’diecimila cose’ (manbō 萬法). [2] Le molte traduzioni in lingue europee alleviano di poco le difficoltà, perché in esse risalta spesso più lo sforzo dell’interpretazione che la fatica della traduzione. Questa è la versione di due Maestri zen:

Farsi avanti e sperimentare la miriade di cose è illusione. Che la miriade di cose si presenti e sperimenti se stessa è risveglio. [3]

È illusione sottomettere la moltitudine di cose-eventi che costituisce il mondo ad una ’conferma’ burocratica, che classifica, divide, irreggimenta. Il risveglio si ha solo quando si lascia entrare la miriade di cose-eventi nella propria esistenza, fattuale, mentale, psichica. Grandi svolte nella scienza sono avvenute quando si è lasciato cadere ciò che si sapeva, ad esempio per formulare nuove congetture a proposito di una base sperimentale già condivisa, o anche per lasciarsi precipitare in un vuoto teorico, piuttosto che ignorare il dato sperimentale. Ricordo rispettivamente l’elaborazione di Lavoisier sulla combustione, con le congetture sull’ossigeno e sugli elementi, e la proposta di Rutherford del modello nucleare di atomo. È notevole che nell’articolo di Rutherford del 1911 si trovi sia l’impiego delle leggi dell’elettromagnetismo, sia la negazione implicita di queste stesse leggi, da cui sarebbe derivata l’instabilità di un simile atomo.

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