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Sri Lanka : la lenta riconciliazione fra cingalesi e minoranza tamil

mercoledì 20 gennaio 2016, di Estefania Mejia

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In Sri Lanka, così come in Birmania, la minoranza etnica e religiosa é il bersaglio delle angherie della maggioranza buddista. I Tamil, insediati nel territorio dal II secolo d.C hanno subito un’eliminazione tanto fisica quanto culturale che ha portato incluso a prendere in considerazione l’ipotesi di genocidio. Attualmente 1/3 di questo popolo vive in esilio, mentre coloro che sono rimasti in Sri Lanka si trovano soprattutto concentrati nelle provincie nordiche e dell’est.

Per secoli la nazione tamil e quella della maggioranza cingalese hanno convissuto in maniera pacifica e cordiale. Tuttavia, la situazione ha iniziato a mutare a seguito dell’indipendenza dalla Gran Bretagna in 1948, quando la scomparsa del nemico straniero ha fatto emergere le differenze interne alla popolazione. E come succede in tali casi sono le minoranze a pagarne il prezzo. Delle discriminazioni sono allora cominciate nei confronti dei Tamil, che ad oggi costituiscono il 18% della popolazione, e le relazioni fra i due gruppi si sono deteriorate progressivamente.

Il Buddismo che é la religione di stato e che di norma dovrebbe praticare la compassione e la tolleranza invece di favorire il dialogo e la mutua comprensione ha contribuito a giustificare la persecuzione dei Tamil, che sono prevalentemente induisti, anche se con un’importante componente cristiana. L’apice del conflitto tra le due nazioni si é raggiunto con una sanguinosa guerra civile durata ben ventisei anni e in cui hanno preso parte le forze governative e dei gruppi di ribelli separatisti, tra cui le Tigri Tamil in prima linea.

La guerra si é conclusa solo in 2009 con un bilancio di 100 000 morti e dopo un ultimo e terribile attacco da parte delle milizie statali, in cui migliaia di civili sono stati accerchiati sulla spiaggia di Mullaitivu sotto ad una raffica di bombardamenti.

Secondo il tribunale speciale istituito dall’ONU per giudicare i crimini commessi nel corso del lungo conflitto si sono verificate decine di migliaia di scomparse forzate sebbene i crimini di guerra e contro l’umanità siano stati perpetrati da entrambe le parti. Le Tigri Tamil e il gruppo paramilitare Karuna sarebbero in particolare colpevoli di aver reclutato dei bambini per farli partecipare ai combattimenti.

Tuttavia, in seguito alla fine della guerra civile il governo non ha fatto mostra di clemenza e neppure ha cercato una rappacificazione o tanto meno un compromesso con gli sconfitti Tamil. Le violenze e i soprusi a danno del popolo Tamil sono continuati, e le scomparse e le torture si sono addirittura moltiplicate, tanto che nel 2013 vi é stato un appello da parte dei responsabili cattolici e protestanti del paese affinché l’ONU intervenisse di fronte al « totale annientamento del popolo tamil »

La luce in fondo al tunnel sembra si possa vedere, però, dal 2015, a seguito dell’elezione alla presidenza di Maithripala Sirisena avvenuta in giugno. Da quando il nuovo capo di stato é al potere si sono moltiplicate le iniziative a favore di un’auto-critica del governo, una parte delle terre confiscate dall’esercito alla popolazione tamil sono state restituite e si é aperta un’inchiesta sull’esistenza di campi di prigionieri.

Il processo di riconciliazione, però, non si prospetta né rapido né tanto meno semplice. Sebbene il presidente sia cambiato le gerarchie militari e dei servizi di sicurezza colpevoli di crimini contro l’umanità sono ancora le stesse, e le strutture repressive restano ancora operative. Il funzionamento della giustizia é stato compromesso da decenni di conflitto e impunità e negli ultimi dodici mesi si sono rilevati ben ventisette casi individuali di attentati gravi contro i diritti umani.

Inoltre, sebbene una nuova costituzione sia in progetto i monaci e le organizzazioni buddiste stanno già facendo pressione affinché il governo si impegni a proteggere la religione buddista e affinché essa non perda il suo posto privilegiato all’interno dello stato. Il che dimostra che il buddismo cingalese non vuole affatto collaborare alla creazione di un nuovo clima di pace e di tolleranza nel paese.

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