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Clima, il dono del Buthan al mondo: una foresta per sempre

venerdì 11 dicembre 2015, di Buddhachannel Italia

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PECHINO - A Parigi un accordo presentabile per tentare di salvare la terra dal surriscaldamento climatico dipende dagli interessi delle grandi potenze economiche, prime inquinatrici. Un esempio per il mondo arriva però da uno dei Paesi più piccoli e più fragili, che è pure tra quelli con il minor impatto globale sulle risorse naturali. Il dono che in queste ore riaccende le speranze dell’umanità è quello offerto dal Bhutan, il regno himalayano incastrato tra Tibet e India. Gli emissari del re alla Conferenza di Parigi hanno annunciato che il Bhutan, per dare il proprio contributo alla lotta contro l’incremento delle concentrazioni di carbonio nell’atmosfera, si impegnerà a mantenere per sempre coperto di foreste almeno il 60% della superficie nazionale: il resto sono rocce, ghiacciai e campagne. La promessa, messa nero su bianco, è di conservare i boschi del Paese "in perpetuo", come "patrimonio collettivo del mondo".

Il Bhutan detiene già un primato di lungimiranza: la sua politica e la sua economia non si confrontano con la crescita del Pil, ovvero adottando la ricchezza finanziaria come misura prevalente del benessere collettivo, ma testano ogni progetto pubblico con l’indice di "Felicità Interna Lorda" (Fil). Il regno buddista delle grandi montagne, monarchia costituzionale, ha una superficie di soli 47mila chilometri quadrati, la popolazione non arriva a 700mila abitanti. Il Lussemburgo, pur con un numero inferiore di residenti, sprigiona il quadruplo delle sue emissioni di CO2. Secondo gli scienziati se tutto il pianeta seguisse il modello-Bhutan nel consumo energetico, la temperatura media della terra entro vent’anni tornerebbe pari a quella dei primi del Novecento, innescando risparmi miliardari. Il Paese è coperto da foreste per tre quarti della superficie, l’agricoltura è sostenibile e a dimensione famigliare. Le coltivazioni e la produzione di elettricità sono alimentate dallo scioglimento estivo della neve e dei ghiacciai.

Lo scorso anno il Bhutan ha dato prova del suo enorme impegno ambientale avviando con un record il progetto-foreste: in un’ora gli abitanti hanno piantato 50mila alberi alle porte della capitale Thimphu, più di una pianta per ogni residente. Oltre alla lotta contro la deforestazione le autorità hanno deciso di contrastare la "cultura dell’automobile" aumentando le tasse sui veicoli a motore alimentati dai combustibili fossili, promuovendo trasporto pubblico, mezzi elettrici e a energia solare. Questo impegno per il clima non è solo frutto di responsabilità. Il Bhutan, come il Tibet, è anche uno dei Paesi a maggior rischio desertificazione del pianeta e i suoi abitanti-contadini sono le sentinelle dei cambiamenti innescati dall’uomo. "La nostra gente", ha spiegato a Parigi Thinley Namgyel, capo negoziatore al vertice sul clima, "registra da anni l’impatto di uno sviluppo globale distruttivo. I millenari passi ad alta quota, che dovrebbero essere chiusi dalla neve da fine autunno alla primavera, ora sono sempre percorribili. I ghiacciai si sono ridotti del 28%, le piogge monsoniche non arrivano in tempo, o si scatenano come uragani quando non servono, distruggendo raccolti e campagne. Le sorgenti di montagna si prosciugano, mentre a valle le inondazioni aumentano".

L’allarme del Bhutan è che se lo sviluppo mondiale non diventa subito sostenibile, a rischiare la catastrofe non è l’ambiente, ma la vita umana. "Vediamo il disastro cancellare ghiacciai e fiumi in tutto l’Himalaya", ha detto Namgyel, "presto non potremo più produrre energia idroelettrica, le famiglie contadine dovranno emigrare, abbandonando il territorio. Proteggere il nostro Paese avvolgendolo di foreste non è un’utopia nostalgica ispirata dal valore della biodiversità, ma l’ultima opzione che ci resta per salvarci la vita". Uno studio dell’Energy and Climate Intelligence Unit (Eciu) rivela che il Bhutan sarebbe tra i pochi Paesi a non avere il dovere di adottare subito impegni ambientali più ambiziosi. Già oggi assorbe il triplo delle emissioni nocive prodotte dalla sua popolazione, seguito dal Paraguay, che genera il 100% dell’energia grazie a centrali idroelettriche.

Il sacrificio di uno sviluppo interno più rapido, in cambio di una natura più conservata per tutti, viene fatto nonostante la gente affronti frequenti interruzioni energetiche, accetti che molti villaggi non siano collegati all’elettricità e che le forniture idriche non siano assicurate ovunque. La scelta è trasformarsi in un’oasi di conservazione, biodiversità, sostenibilità e agricoltura biologica, per investire poi sull’esportazione di prodotti di alta qualità, diventando un modello globale per il futuro. Anche il Bhutan, vasto meno di una piccola città cinese, ambisce così a "cambiare il mondo" partendo dalla conservazione delle sue foreste e dei suoi ghiacciai, il solo patrimonio che possiede. È un regalo da non liquidare nel nome di un capitalismo finanziario miope e inadeguato a promuovere la giustizia, a preservare la vita: dall’Asia questa volta parte un esempio da ammirare e da seguire.

Fonte: La Repubblica

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