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Natale: i simboli e la sostanza

giovedì 10 dicembre 2015, di Buddhachannel Italia

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“Questa non è una natività” ha scritto un gruppo di docenti di un liceo veneto sotto il presepe allestito dell’atrio dell’istituto. Si tratta di una chiara allusione alle opere del pittore belga Renè Magritte che, dipingendo pipe e scrivendo nel cartiglio sottostante “Questa non è una pipa”, desiderava mettere il risalto lo scarto che c’è tra la realtà e la sua rappresentazione.

La semiotica e la linguistica chiariscono meglio quali possano essere gli elementi che rendono possibile un linguaggio comune. Prendiamo ad esempio il cosiddetto “triangolo semiotico” composto da referente, significante, significato. Facciamo un esempio concreto: referente è il gatto, animale in carne ed ossa, significante è la parola “gatto” che esce dalle nostra labbra, significato è l’idea di gatto che ciascuno di noi si è fatto a seconda della sua esperienza. Se siamo stati graffiati ripetutamente o siamo allergici al suo pelo probabilmente non avremo un’idea molto positiva di questo animale, mentre se è diventato l’antidoto alla nostra solitudine ne avremo una rappresentazione ideale eccelsa.

Parlare del gatto non significa necessariamente tenerne uno in casa, accudirlo tutti i giorni. Così come parlare di fede non equivale a viverla. Ogni statua, immagine e rappresentazione può trasformarsi in un involucro vuoto che non rimanda a nessuna realtà di fatto, e, difendere solo gesso, legno o plastica plasmati in forme a cui siamo affezionati sin da piccoli è davvero poco. Un po’ come qui fotomontaggi con a tergo i monumenti celebri che si realizzano con pochi clic e vengono diffusi nei social senza pudore. Linguaggio simbolico evocativo, ma senza referente concreto nella realtà.

Per i cristiani le radici della fede sono avviluppate attorno alla risurrezione del Cristo, non sulla natività. Eppure nessuno sembra difendere in modo strenuo il cero pasquale, simbolo molto più antico e molto più legato alla tradizione cristiana di ogni altro segno festivo. Pochi riescono ad affermare con forza che la festa centrale per i cristiani è la Pasqua ed è li che si dovrebbero esprimere i segni più forti. Il resto si esprime nella tradizione, ma bisogna stare molto attenti a non travestirla da religione.

Grande stato il mio stupore quando un anno, l’antivigilia di Natale, ho visto alzarsi in piedi gli oltre 5000 spettatori della Royal Albert hall per cantare all’unisono, alternati al coro, i più bei inni cristiani della tradizione mondiale. Prima di uscire ho scambiato qualche parola con la famiglia che avevo a fianco e che insegnava con convinzione ai figli le melodie note. «Siamo buddisti –mi ha spiegato il padre- ma è il secondo anno che veniamo qui con i figli. Canti cristiani? Davvero? Per noi sono solo canti tradizionali»



Fonte: Famiglia Cristiana


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