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Buddismo: la più scientifica delle religioni?

martedì 15 marzo 2016, di Buddhachannel Italia

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Inspirare ed espirare, concentrarsi sul presente, dissolvere l’io. Non esiste un unico modo per meditare. La novità, comunque, è che a provarci non sono più soltanto gli allievi dei corsi di yoga e gli amanti delle filosofie orientali. Il Dipartimento americano della difesa ha approvato un progetto pilota per insegnare ai marines a praticare la meditazione nelle zone di guerra, riferisce il New York Times Magazine. Mentre Science ha raccontato che in Germania si studia la tecnica buddista nella speranza di potenziare l’empatia delle persone. Per quanto gli obiettivi possano apparire in contraddizione, i due progetti hanno una cosa in comune: dimostrano l’interesse crescente della scienza per una pratica nata in seno a una religione.

Amishi Jha è la psicologa che è andata a lavorare con i militari alle Hawaii, per rafforzarne la resistenza psicologica. Secondo quanto ha riferito alla New York Academy of Sciences, dodici minuti di meditazione al giorno sarebbero sufficienti per aiutare i marines a mantenere alta l’efficienza e l’attenzione. Recenti studi suggeriscono che la pratica possa migliorare anche le prestazioni degli studenti universitari, ma l’apertura del Governo americano non era affatto scontata. Dopo aver passato in rassegna 800 studi, qualche anno fa il Centro nazionale per le medicine complementari non se l’era sentita di promuovere la meditazione. Le vecchie ricerche sono considerate poco attendibili, per questo la comunità scientifica guarda con interesse allo studio in corso al Max Planck Institute di Lipsia sotto la direzione di Tania Singer. Diciassette maestri di meditazione stanno allenando 160 volontari, che si sono impegnati a meditare sei giorni alla settimana per nove mesi. Uno degli esercizi consiste nel pensare a una persona amata e concentrarsi su quel sentimento positivo per riuscire a viverlo in modo sempre più intenso. Gli effetti saranno monitorati misurando il livello dell’ormone dello stress (cortisolo) e osservando il cervello dei partecipanti con la risonanza magnetica. Forse i risultati serviranno a capire se la meditazione aiuta davvero a controllare le emozioni e la concentrazione.

La simpatia tra la scienza e Budda è ricambiata, anche se è presto per dire se sia vero amore. Recentemente il Dalai Lama ha chiesto a un gruppo di ricercatori del Mind and Life Institute di spiegare a qualche migliaio di monaci lo stato dell’arte in campi che vanno dalla meccanica quantistica alle neuroscienze. Mentre nelle librerie americane è arrivato da poco il volume di uno studioso dell’evoluzione, secondo cui biologia e buddismo avrebbero molto in comune: entrambe vedono la vita come un flusso e ritengono che in natura non esistano entità indipendenti ( “Buddhist Biology”di David Barash). Lo stesso Dalai Lama, intervenendo al meeting della Società delle neuroscienze, si era detto convinto che la tradizione contemplativa buddista e la scienza moderna, pur essendo cresciute da radici culturali diverse, fossero unite dalla concretezza e dal rifiuto degli assoluti. E’ scettico invece John Horgan, una delle penne più provocatorie del giornalismo scientifico internazionale, già autore di un libro su scienza e religione. Ha provato anche lui a meditare, ma senza apprezzabili risultati, e ritiene che la strana coppia possa reggersi solo a patto di chiudere un occhio su concetti irrazionali come il karma e la reincarnazione.


- Fonte : lostingalapagos.corriere.it




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