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Vita ed Opere di Nagarjuna

lunedì 5 luglio 2010, di Nanny Obame

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Spesso citato come "il secondo Buddha" dalle tradizioni asiatiche orientali del Buddismo Tibetano e Mahayana (Grande Veicolo), il maestro Nagarjuna (c.150-250 d.C.) fece taglienti critiche alle filosofie Buddista e Brahmanica sul loro sostanzialismo, la loro teoria della conoscenza, e gli approcci alla pratica. La filosofia di Nagarjuna non solo rappresenta uno spartiacque nella storia della filosofia Indiana, ma nell’insieme di tutta la storia della filosofia, poiché affronta certi assunti filosofici che ricorrono così facilmente nel nostro sforzo di comprendere il mondo. Fra questi assunti vi sono l’esistenza di sostanze permanenti, il movimento lineare e uni-direzionale della causalità, l’individualità atomica delle persone, la credenza in un’identità fissa o ‘sé’, le rigide separazioni tra la buona e la cattiva condotta e la vita benedetta o condizionata.



Tutti questi assunti sono stati richiamati in una questione fondamentale dalla visione unica di Nagarjuna che è radicata nella intuizione della vacuità (shunyata), un concetto che non significa "non-esistenza" o "nichilismo" (abhava), ma piuttosto la mancanza di una esistenza autonoma (nihsvabhava). Il rifiuto dell’autonomia secondo Nagarjuna non ci lascia con un senso di privazione metafisica o esistenziale, o la perdita di una qualche speranza per l’indipendenza e la libertà, ma ci offre invece un senso di liberazione attraverso il suo dimostrare l’interconnessionalità di tutte le cose, inclusi gli esseri umani e i modi in cui la vita umana si dispiega nei mondi naturali e sociali.


Il concetto centrale di Nagarjuna, della "vacuità (shunyata) di tutte le cose (dharma)", indirizzato all’incessante cambiamento e quindi ad una natura di ogni fenomeno che non è mai fissa, servì da puntello terminologico del successivo pensiero filosofico Buddista come vessazione degli opposti sistemi Vedici. Il concetto aveva fondamentali implicazioni per i modelli filosofici Indiani della causalità, l’ontologia della sostanza, l’epistemologia, le concettualizzazioni del linguaggio, etiche e teorie di salvezza e liberazione del mondo, e si dimostrò seminale perfino per le filosofie Buddiste in India, Tibet, Cina e Giappone, molto diverse da quelle stesse di Nagarjuna. In realtà, non sarebbe esagerato dire che l’innovativo concetto di vacuità di Nagarjuna, sebbene fosse ermeneuticamente appropriato in molti diversi modi per i successivi filosofi sia nell’Asia del Sud che dell’Est, fu capace di influenzare profondamente il carattere del pensiero Buddista.



Vita, Leggenda ed Opere di Nagarjuna

Ben poco si conosce della vera vita del Nagarjuna storico. Le due più estese biografie di Nagarjuna, una Cinese e l’altra Tibetana, furono scritte molti secoli dopo la sua vita e contengono molto vivido ma storicamente inattendibile materiale, che talora raggiunge proporzioni mitiche. Tuttavia, da alcuni dettagli storici e leggende di natura pedagogica, ragionevolmente combinate coi testi a lui attribuiti, si può avere un senso del suo posto nelle tradizioni filosofiche Indiano-Buddiste.


Nagarjuna nacque "Indù", che al suo tempo connotava la fedeltà religiosa ai Veda, probabilmente in una famiglia di Brahmini di casta superiore e probabilmente nella regione Andhra del Sud dell’India. Le date della sua vita sono alquanto ignote, ma due testi a lui attribuiti possono venirci in aiuto. Questi sono in forma di epistole che furono indirizzate allo storico Re Gautamiputra Satakarni (circa 166-196 d.C.) della dinastia Satvahana settentrionale, il cui costante patronato verso i Brahmini, le continue battaglie contro i potenti governanti Shaka Satrapi del Nord ed i cui ambiziosi tentativi per l’espansione anche se alla fine senza successo, sembrano indicare che lui non potè riuscire a seguire il consiglio di Nagarjuna di adottare il pacifismo Buddista e mantenere un reame pacifico. In ogni caso, la corrispondenza imperiale metterebbe i significativi anni della vita di Nagarjuna all’incirca tra il 150 e il 200 d.C. Di base, poi, fonti Tibetane sono ben accurate nel riportare che, per studiare il Buddismo, Nagarjuna emigrò da Andhra a Nalanda, nell’attuale Bihar, il luogo in cui in seguito sorse il più grande monastero Buddista nella storia dell’insegnamento scolastico di quella tradizione in India. Questa emigrazione al nord forse seguì lo stesso percorso dei reali Shaka. Nell’intellettuale e vibrante vita di un non molto tranquillo nord dell’India, poi Nagarjuna diventò proprio un filosofo.



L’occasione per la "conversione" di Nagarjuna al Buddismo è incerta. Secondo i resoconti tibetani, era stato predetto che Nagarjuna sarebbe morto in giovanissima età, così i suoi genitori decisero di farlo deviare da questo terribile fato facendolo entrare nell’ordine Buddista, dopodichè il giovane migliorò rapidamente la sua salute. Egli poi si diresse al nord e lì cominciò la sua tutela. Un’altra più colorita leggenda cinese lo dipinge come un diabolico giovane adolescente che usa la magìa dei poteri yogici per sgusciare, con alcuni amici, nell’harem del re e sedurre le sue mogli. Quando essi furono scoperti, Nagarjuna fu in grado di scappare, ma i suoi amici furono tutti presi e messi a morte e, realizzando che la ricerca di voler esaudire i desideri era alquanto precario, Nagarjuna abbandonò il mondo e si ritirò per cercare l’illuminazione. Dopo che si fu convertito, l’abilità di Nagarjuna nella magia e nella meditazione gli fece ottenere un invito nel regno del Re dei Naga (serpenti), nel fondo dell’oceano. E mentre si trovava là, il prodigioso iniziato "scoprì i sutra della saggezza" della tradizione Buddista, noti come ‘Prajnaparamita-Sutra’ e grazie al suo grande merito, li riportò su nel mondo, e da allora in poi fu conosciuto con il nome ‘Nagarjuna’, il "serpente nobile".


Malgrado l’insistenza della tradizione e l’immersione nei testi scritturali dei competenti movimenti dei classici Theravada e dell’emergente "Grande Veicolo" (Mahayana), fu il Buddismo quello che stimolò gli scritti di Nagarjuna, e vi sono rari ma ampi riferimenti ai primitivi classici e voluminosi sutra del Buddismo ed ai testi del Mahayana, che allora erano stati composti nella lingua scelta proprio dallo stesso Nagarjuna, il Sanskrito. È molto più probabile che Nagarjuna si sforzasse sui nuovi ed eccitanti dibattiti filosofici scolastici, che si stavano espandendo in tutto il nord dell’India e tra pensatori sia Brahminici che Buddisti. In quel tempo, il Buddismo aveva forse la più antica e competente visione sistematica del mondo che vi fosse in giro, ma già allora le scuole Vediche come il Samkhya, che divideva il cosmo in entità spirituali e materiali, lo Yoga, la disciplina di meditazione e il Vaisesika, o atomismo, erano probabilmente molto ben stabilite. Ma nuove ed eccitanti cose stavano accadendo nelle sale di dibattiti. Proprio allora una nuova scuola Vedica di Logica (Nyaya) stava facendo il suo esordio letterario, proponendo un elaborato realismo che categorizzava i tipi fondamentali delle cose conoscibili nel mondo, e formulò una teoria della conoscenza che doveva servire come base per tutte le pretese alla verità, sfoderando quindi una prorompente teoria di argomentazione logica corretta e fallace. Lontano da essa, all’interno del campo Buddista, emersero sètte di metafisici con le loro proprie dottrine di atomismo e fondamentali categorie di sostanza. Nagarjuna quindi si caricò di un forte interesse per questi nuovi movimenti Brahminici e Buddisti, uno sforzo intellettuale inaudito fino ad allora.


Nagarjuna vide nel concetto di ‘shunya’, un concetto che nella primitiva letteratura Buddista del Pali connotava la mancanza di una stabile ed inerente esistenza nelle persone, ma che fino al terzo secolo a.C. aveva anche denotato il recentemente formulato numero "zero", la chiave interpretativa al cuore dell’insegnamento Buddista, e la rovina di tutte le scuole metafisiche di filosofia che a quel tempo gli erano fiorite intorno. In realtà, la filosofia di Nagarjuna può essere ben vista come un tentativo di distruggere tutti i sistemi di pensiero che analizzavano il mondo in termini di sostanze ed essenze fisse. Le cose, in effetti, sono prive di essenza, secondo Nagarjuna, ed esse non hanno natura fissa, e infatti è solo a causa di questa mancanza di essenziale e immutabile ‘essere’ che il cambiamento è possibile, che una cosa può trasformarsi in un altra. Ciascuna cosa può avere la sua esistenza solo tramite la sua mancanza di inerente ed eterna essenza (shunyata). Con questo nuovo concetto di "vuoto o vacuità", "mancanza di essenza" "zerità-assoluta", questo prodigio alquanto improbabile fu in grado di aiutare per sempre il vocabolario e il carattere del pensiero Buddista.

Munito con la nozione di "vacuità" di tutte le cose, Nagarjuna costruì il suo ‘corpus’ letterario. Mentre l’argomento persiste ancora su quei testi che portando il suo nome possono essere affidabilmente attributi a Nagarjuna, un accordo generale sembra esser stato raggiunto nella letteratura scolastica. Poichè non è noto in quale ordine cronologico i suoi scritti furono prodotti, la cosa migliore che può essere fatta è di sistemarli in maniera tematica, in accordo alle opere principali della letteratura Buddista, di quella Brahminica, e infine dell’etica. Indirizzandosi alle scuole Buddiste che considerava metafisicamente ostinate, Nagarjuna scrisse il Mulamadhyamakakarika (Versi Fondamentali sulla Via di Mezzo), e poi, al fine di rifinire ulteriormente il suo rivoluzionario concetto recentemente coniato, il Sunyatasaptati (Settanta Versi sul Vuoto), seguito da un trattato sul metodo filosofico Buddista, il Yuktisastika (Sessanta Versi sul Ragionamento).


Nelle opere indirizzate ai Buddisti, può esservi stato incluso un ulteriore trattato sul condiviso mondo empirico e la sua organizzazione sociale, vale a dire il Vyavaharasiddhi (Prova di Convenzione), che salvo per pochi versi citati, è andato perso, come pure un testo di istruzione sulla pratica, citato da un commentatore Indiano e da diversi Cinesi, il Bodhisambaraka (Preparazione all’Illuminazione). Infine, vi è un lavoro didattico sulla teoria causale del Buddismo, il Pratityasamutpadahrdaya (Il Cuore dell’Originazione Dipendente). In seguito venne una serie di opere sul metodo filosofico, che maggiormennte erano critiche di reazione alle categorie sostanzialiste ed epistemologiche del Brahman, il Vigrahavyavartani (Il Fine delle Dispute) ed il testo dal titolo non-troppo-sottile Vaidalyaprakarana (Eliminare le Categorie). Infine, vi sono pure un paio di trattati etico-religiosi indirizzati al re Gautamiputra, dal titolo Suhrlekha (Versi per un Amico) ed il Ratnavali (La Preziosa Ghirlanda).

Nagarjuna fu poi giustamente un autore attivo, che indirizzò le più pressanti critiche filosofiche al Buddismo ed al Brahmanesimo del suo tempo, ed ancor più, portando le sue idee della filosofia Buddista nei campi sociale, etico e politico. Non è ancora precisamente noto quanto tempo Nagarjuna visse. Ma la storia leggendaria della sua morte ancora una volta è un tributo per il suo status nella tradizione Buddista. Biografie Tibetane ci raccontano che, quando il successore di Gautamiputra fu in procinto di salire al trono, egli era ansioso di trovare un sostituto come consigliere spirituale per seguire meglio le sue preferenze Brahmaniche, e incerto di come delicatamente o diplomaticamente comportarsi verso Nagarjuna, egli direttamente chiese al saggio di accomodarsi e mostrare compassione per la sua situazione imbarazzante di commettere un suicidio. Nagarjuna assentì, e così fu decapitato con un filo di erba sacra che egli stesso aveva tempo addietro accidentalmente sradicato mentre cercava di farsi un cuscino per la sua meditazione. L’indomabile filosofo potè solo esser portato via dalla sua stessa volontà e dalla sua stessa arma. Che sia vero o no, di questo maestro del metodo scettico si dovrebbe proprio apprezzarne l’ironia.



Fonte : http://www.centronirvana.it


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