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La vita di Gautama Buddha

martedì 14 settembre 2010, di Nanny Obame

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Sempre secondo il Buddhacarita (canto I) dopo la nascita di Siddartha furono invitati a corte brahmani e asceti per una cerimonia di buon auspicio. Durante questa cerimonia si racconta che il vecchio saggio Asita trasse, com’era consuetudine, l’oroscopo del nuovo nato e riferì ai genitori dell’eccezionale qualità del neonato e la straordinarietà del suo destino: tra le lacrime, spiegò che egli sarebbe infatti dovuto diventare o un Monarca universale (Chakravartin, sans., Cakkavattin, pāli), oppure un asceta rinunciante destinato a conseguire il risveglio, che avrebbe scoperto la Via che conduce al di la della morte, ossia un Buddha.



Alla richiesta di spiegazioni sulla ragione delle sue lacrime, il vecchio saggio spiegò che erano dovute sia alla gioia d’aver scoperto un tale essere al mondo, sia alla tristezza che gli derivava il constatare che la sua età troppo avanzata non gli avrebbe permesso di ascoltare e di beneficiare degli insegnamenti di un tale essere realizzato. Si fece pertanto giurare dal nipote Nālaka che lui avrebbe seguito il Maestro una volta che fosse cresciuto e che ne avrebbe imparato e messo in pratica gli insegnamenti.

Il padre rimase turbato dalla possibilità che il figlio lo abbandonasse, privandolo della legittima successione al trono, e organizzò tutto quanto potesse impedire l’evento premonito. La madre Māyā morì a soli sette giorni dal parto e il bimbo venne quindi allevato dalla seconda moglie del re Suddhodana, Pajāpatī, una sorella minore della defunta Māyā, nel più grande sfarzo. Figlio, quindi, di un rāja, cioè di un capo eletto dai maggiorenti cui era affidata la responsabilità del governo, ricevette il nome di Siddharta (="quegli che ha raggiunto lo scopo") Gautama ("l’appartenente al ramo Gotra degli Śākya"), ma in seguito sarà indicato con altri appellativi sui quali emerge quello di Buddha che significa "il Risvegliato", o "l’Illuminato".

Siddharta mostrò una precoce tendenza contemplativa, mentre il padre l’avrebbe voluto guerriero e sovrano anziché monaco. Il principe si sposò giovane, all’età di sedici anni, con la cugina Bhaddakaccānā, nota anche con il nome di Yashodharā, con la quale ebbe, tredici anni più tardi un figlio, Rāhula. Nonostante però fosse stato allevato in mezzo alle comodità e al lusso principesco e fatto partecipare alla vita di corte in qualità di erede al trono, la profezia del saggio Asita puntualmente s’avverò.



All’età di 22 anni, ignaro della realtà che si presentava fuori della reggia, uscito dal palazzo reale paterno per vedere la realtà del mondo circostante, testimoniò la crudezza della vita in un modo che lo lasciò attonito. Incontrando un vecchio, un malato e un morto (altre fonti narrano di un funerale), comprese improvvisamente che la sofferenza accomuna tutta l’umanità e che le ricchezze, la cultura, l’eroismo e tutto quanto gli avevano insegnato a corte erano valori effimeri e caduchi. Capì che la sua era una prigione dorata e cominciò interiormente a rifiutare agi e ricchezze. Poco dopo essersi imbattuto in un monaco mendicante, calmo e sereno, stabilì di rinunciare alla famiglia, alla ricchezza, alla gloria ed al potere per cercare la liberazione. Secondo il Buddhacarita (canto V), una notte, mentre la reggia era avvolta nel silenzio e tutti dormivano, complice il fedele auriga Chandaka, montò sul suo cavallo Kanthaka e abbandonò la famiglia ed il reame per darsi alla vita ascetica.

Secondo un’altra tradizione comunicò piuttosto la propria decisione ai genitori e, nonostante le loro suppliche e lamenti, si rase il capo e il volto, smise i suoi ricchi abiti e lasciò la famiglia e la casa. Fece voto di povertà e compì un percorso tormentato d’introspezione critica. La tradizione vuole ch’egli abbia intrapreso la ricerca dell’illuminazione a 29 anni (536 a.C.).

Dopo aver vagabondato senza meta per alcuni anni nella regione di Rājagaha, soggiornando presso i maestri Āḷāra Kālāma e Uddaka Rāmaputta, in seguito si stabilì presso Uruvelā, dove il fiume Nerañjarā (l’odierno Nīlājanā) confluisce nel Mohanā per formare il fiume Phalgu. Qui trascorse quasi sei anni nel più rigido ascetismo, fino quasi a morirne, insieme a cinque discepoli di famiglia brahmanica: i venerabili Ajñāta Kauṇḍinya, Bharika, Daśabala-Kāśyapa, Mahānāman e Aśvajit. Quivi comprese, infine, l’inutilità delle pratiche ascetiche estreme e dell’automacerazione (tāpas) e tornò a una dieta normale accettando una tazza di riso bollito nel latte offertogli da una ragazza di nome Sujatā.



Ciò gli costò l’alienazione e la perdita dell’ammirazione dei suoi discepoli, che videro nel suo gesto un segno di debolezza. Desideroso di conoscere le cause della miseria presente nel mondo, capì che la conoscenza salvifica poteva essere trovata solo nella meditazione di profonda visione.
All’età di 35 anni, nel 530 a.C., dopo sette settimane di profondo raccoglimento ininterrotto, in una notte di luna piena del mese di maggio, seduto sotto un albero di fico a Bodh Gaya, a lui si spalancò l’illuminazione perfetta: egli meditò una notte intera fino a raggiungere il Nirvāṇa.

Il Buddha conseguì, con la meditazione, livelli sempre maggiori di consapevolezza: afferrò la conoscenza delle Quattro nobili verità e dell’Ottuplice sentiero e visse a quel punto la Grande Illuminazione, che lo liberò per sempre dal ciclo della rinascita (da non confondersi con la dottrina induista della reincarnazione, che fu esplicitamente rigettata con la dottrina del "non Sé", anatman).

Dotato di sovrumana conoscenza, trascorse le settimane seguenti a contemplare i vari aspetti del Dharma (dottrina o legge della natura) che aveva compreso e si rese conto delle Quattro nobili verità: sul dolore, sull’origine del dolore, sulla soppressione del dolore, sulla via che porta alla soppressione del dolore.



Il Buddha decise di predicare il Dharma recandosi dapprima a Varanasi (Benares) dai suoi antichi discepoli, che lo accolsero come maestro e divennero monaci; presso il Parco delle gazzelle tenne poi il suo primo sermone, in cui espose le dottrine fondamentali del buddhismo, come il principio fondamentale della "via di mezzo", disciplina monastica che equilibra gli estremi della rinuncia a se stessi e dell’indulgenza verso se stessi. Non erano in tanti a comprendere appieno il messaggio riformatore e molti, anzi, ostacolarono la sua predicazione.

Animato da profonda pietà per gli uomini e dal desiderio di salvarli, Siddartha si diresse verso Varanasi seguito da cinque discepoli affascinati dalla bellezza della sua dottrina e percorse per oltre quarant’anni il Nord dell’India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità, che si raggiunge non come dono divino, ma come conquista della propria consapevolezza, della propria autodisciplina e dedizione. Nonostante la dottrina buddhista, come tutte le altre dottrine indiane coeve, non prenda in alcun modo in considerazione la figura di un Dio creatore e legislatore del mondo, vi si incontrano lo stesso figure paragonabili ai santi, angeli, demoni e anime del Cristianesimo; così come ammette una sorta di paradiso e d’inferno, come luoghi di beatitudine e di espiazione, però temporanea.



Accompagnato dai discepoli il Buddha percorse la valle del Gange, diffondendo la sua dottrina e fondando comunità monastiche che accoglievano chiunque, indipendentemente dalla condizione sociale e dalla casta di appartenenza e fondando il primo ordine monastico mendicante femminile della storia. A condizione che l’adepto accettasse le regole della nuova dottrina, ognuno era ammesso.

Si stabilì quindi nel 525 a.C. a Śrāvastī (sans., pāli, Sāvatthi) in un monastero donatogli da un facoltoso ammiratore, Sudatta, detto Anāthapiṇḍika per la sua prodigalità e istinto compassionevole. Sebbene i monasteri a lui ispirati sorsero numerosi nelle principali città lungo il Gange, la sua lunga carriera di maestro e di guida spirituale non fu del tutto esente da problemi anche gravi (diversi brahmani e asceti di altre dottrine cercarono con ogni mezzo di arginare la diffusione del Buddhismo), tentativi di scisma e persino di assassinio.



Secondo la tradizione, Siddharta Gautama morì a Kuśināgara, in India, a ottant’anni, nel 486 a.C. circondato dai suoi discepoli, tra i quali l’affezionato attendente prediletto Ānanda, al quale lasciò le sue ultime disposizioni. Prima di spirare, rivolgendosi ai discepoli avrebbe pronunciato le seguenti parole:
« Ricordate, o monaci, queste mie parole: tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi! Dedicatevi con diligenza alla vostra propria salvezza! »
A quanto attestato dalla tradizione predisse la sua morte e ne avvisò i discepoli, ma rifiutò di fornire indicazioni precise riguardo all’organizzazione futura e alla diffusione della sua dottrina, sostenendo di aver già insegnato loro tutto quanto fosse necessario per la salvezza.



Fonte : http://it.wikipedia.org

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