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Giornate di ritiro in un tempio buddista

venerdì 16 gennaio 2015, di Buddhachannel Italia

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Dopo essere entrati nel tempio e avere depositato i propri averi, si è privi di tutto, salvo una specie di tuta grigia rilasciata dal tempio. Comincia così il tempo dedicato all’introspezione nelle giornate di ritiro in un tempio buddista, senza alcuno dei propri beni terreni. Prendendosi un momento di respiro dalla complessa vita della città, chi partecipa a un ritiro nel tempio esercita la propria mente e il proprio corpo attraverso la meditazione Sŏn (equivalente allo Zen giapponese) e facendo 1080 inchini, il tutto nel più completo silenzio. L’esperienza, che dura da tre a cinque giorni, può arricchire molto la propria vita.



Haeinsa è un grande tempio, molto antico, che ha salvaguardato le radici del buddismo in Corea. È anche famoso per aver conservato i blocchi per la stampa del canone buddista Tripitaka Koreana. La vita del tempio inizia alle tre del mattino ai colpi ripetuti del moktak, una specie di piccolo tamburo a forma di zucca, di legno, con una fessura e cavo all’interno, usato esclusivamente dai monaci buddisti per accompagnare il canto dei sutra. Coloro che partecipano al ritiro escono dalle loro celle e si dirigono verso Taeungjon, la sala principale in cui si trova una statua di Sakyamuni, il Buddha storico. Quando sono tutti riuniti, il rumore del moktak si interrompe e inizia il suono del pokpo, un grande tamburo che si trova sospeso in un padiglione. Questo viene seguito da 33 squilli cristallini del pomjong, una campana buddista, e poi ancora dal suono del mogo, uno strumento a percussione di legno, a forma di pesce, usato nei rituali buddisti, e per finire dal suono dell’unpan, una lastra di metallo a forma di nuvola. Il suono di tutti questi strumenti serve a svegliare tutte le cose nella natura e nell’universo.



A questo punto iniziano le preghiere del mattino. Vi partecipano anche i monaci che si sono isolati per la clausura estiva. I canti dei sutra riempiono l’aria e i monaci si inchinano 108 volte, pregando ardentemente per ottenere modestia e umiltà. Durante questo esercizio, l’intero corpo si può dire che faccia un bagno di sudore, ma la mente si rinfresca.

Quando sorge il sole, tutti i partecipanti si siedono sul pavimento a gambe incrociate l’uno di fianco all’altro e iniziano la meditazione Zen, concentrati e con gli occhi socchiusi. Se qualcuno sembra assopirsi, il monaco istruttore provvede a svegliarlo con un colpo di chupki (una spada di canna di bambù) su una spalla. Il chupki non fa male, ma produce un gran rumore.

Star seduti per terra a gambe incrociate con un piede sul ginocchio della gamba opposta è molto doloroso per chi non vi è abituato e questa ora di meditazione può diventare un vero tormento. In uno di questi ritiri a cui partecipavano 170 persone, 20 dei partecipanti avevano abbandonato il tempio già al secondo giorno. Se chi prende parte al ritiro si aspetta di passare delle giornate tranquille di riposo sorbendo il tè in un fresco paesaggio di montagna, si sbaglia di grosso e troverà insopportabile alzarsi così presto al mattino per pregare e per star seduto fermo in meditazione.



Quando viene il momento del pasto, i partecipanti al ritiro si dispongono (ancora seduti a gambe incrociate) di fronte a un gruppo di quattro ciotole di legno, chiamate paru, contenenti rispettivamente riso, minestra, un contorno e acqua. Si dice che un monaco possa andare ovunque se ha un kasa, l’abito da monaco, e il gruppo di ciotole, cucchiaio e bastoncini. Anche nel consumare il pasto vi sono regole da seguire: non si deve fare alcun rumore e si deve mangiare sollevando la ciotola. Inoltre si deve mangiare tutto, senza lasciare neppure una grana di riso. Dopo il pasto, ognuno deve pulire accuratamente le proprie ciotole con l’acqua.

L’esperienza dei 1080 inchini è unica perché non si tratta di inchini alla nostra maniera: si inizia stando in piedi a mani giunte e poi ci si deve inginocchiare e inchinare fino a terra, con la fronte, le braccia e le mani che toccano terra. Dopo aver fatto l’inchino, si deve fare scorrere un grano del rosario di 108 grani e ci si rialza per ricominciare, e questo per 10 interi rosari! Non ci si può riposare troppo fra un inchino e l’altro perché l’inchino deve essere effettuato in tempo con il colpo della canna di bambù che l’istruttore fa sentire. È una vera fatica fisica. Alcuni del partecipanti, dopo un certo numero di inchini non riescono più neppure ad alzarsi e continuano a fare gli inchini semplicemente nella loro mente. Alla fine l’istruttore fa sentire il suono del moktak che segnala la fine dell’esercizio.



I ritiri nei templi buddisti sono aperti a tutti, anche agli stranieri e a chi non è buddista. I templi più grandi, come Haeinsa e Songgwangsa, conducono ritiri per tutto l’anno. Molti altri templi offrono solo ritiri estivi, da tre a cinque giorni, focalizzati sul chwason, o “star seduti in meditazione”. I ritiri di solito comprendono lezioni sulla dottrina buddista e sulla cultura tradizionale, il canto dei sutra, le preghiere del mattino e pellegrinaggi ai templi montani. Chwason e mugon (“mantenere il silenzio”) sono elementi comuni a tutti i ritiri.

Chwason è una meditazione che si effettua seduti nella posizione del loto, con gli occhi socchiusi, mentre si allontanano da sé tutti i pensieri del mondo esterno. Anche se questo non sembra difficile all’inizio, è facile lasciarsi prendere dalla sonnolenza e nella mente possono passare una quantità di pensieri che distraggono. I partecipanti ai ritiri devono mantenere il silenzio per tutto il tempo del ritiro. Mantenendo il silenzio, ci si rende conto che parlare senza ponderare a fondo quello che si dice è una cattiva abitudine che deve essere abbandonata.


Fonte : www.corea.it




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