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Buddhismo e Cultura Gay

venerdì 30 novembre 2012, di Buddhachannel Italia

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Da un po’ di tempo è diventato sempre più evidente un certo atteggiamento discriminatorio delle religioni monoteiste nei riguardi degli omosessuali, specialmente dopo le ultime prese di posizione del Vaticano sulle ordinazioni sacerdotali e del seminario alla Lateranense contro la cultura gay e i Pacs.

Conseguentemente, vuoi per reazione, vuoi per delusione o altro, è aumentato il numero di coloro che, sentendosi direttamente attaccati o rifiutati dall’istituzione Chiesa, decidono di abbandonarla, talvolta, anche con un atto deciso quale quello dello sbattezzo. Insieme a questo, purtroppo, si diffonde l’idea che tutte le religioni, indistintamente, abbiano lo stesso atteggiamento omofobico nei riguardi dei gay e delle lesbiche, o della tanto bistrattata cultura gay.

Il Buddismo può essere considerato, casomai, un modo di vivere, un sistema per il pieno sviluppo interiore dell’individuo che include l’etica, la psicologia, la filosofia e pratiche di meditazioni.

Il dogmatismo e le asserzioni assolutiste non trovano alcun terreno in tale sistema di sviluppo interiore. Questa premessa ha lo scopo di mostrare come nel buddismo non si possa mai parlare di posizione unica riguardo a un soggetto, ugualmente condivisa da tutti, ma esistono piuttosto molteplici idee e atteggiamenti. Di certo l’argomento omosessualità, specialmente fra i buddhisti occidentali, italiani inclusi, non rappresenta un soggetto problematico. Lo dimostra il fatto che all’interno delle varie tradizioni buddhiste si sono costituiti gruppi di praticanti gay coesistenti armoniosamente con gli altri. Attualmente esistono negli USA vari gruppi di Zen Gay, Tantra Gay e Lesbiche ecc.. mentre in Italia si stanno costituendo, almeno per ora solo su internet, alcuni siti buddhisti a tematica esclusivamente gay.

Il buddismo, tollerante per natura, nei 2500 anni della sua lunga storia, non ha mai espresso anatemi di condanna verso gli omosessuali o i loro costumi. Nei paesi di tradizione buddista, quali la Corea, il Giappone, la Thailandia, la Cambogia, Taiwan, Vietnam, Hong Kong, non esistono ancora oggi, leggi specifiche contro l’omosessualità In Sri Lanka e in Myanmar invece, la legge contro gli atti omosessuali è stata introdotta durante il periodo coloniale inglese portata dai missionari cristiani. In Cina, dove fino al 1740 l’omosessualità era stata tollerata, cominciarono le persecuzioni dopo l’introduzione della cultura occidentale.

L’atteggiamento non discriminante del Buddismo verso i gay e le lesbiche è supportato dai testi antichi fra i quali spicca il Sutra della Rete di Brama, un testo Mahayana costituito da un codice morale di 58 precetti da essere osservato dai praticanti che lo hanno preso in voto.
Il 40esimo precetto recita:
Discriminazione nel conferire i precetti
Un discepolo del Buddha non dovrebbe essere selettivo e parziale nel
conferire i precetti del Bodhisattva. Chiunque può ricevere i precetti :
re, principi, funzionari, monaci, monache, laici, libertini, prostitute,
asessuati, bisessuali, omosessuali, eunuchi, schiavi...


Da ciò ne consegue che il Buddismo, o almeno, la sua parte meno tradizionalista, sia molto ben disposta verso le istanze del mondo LGBT, rendendo possibile anche un’apertura serena alle proposte di legge dei Pacs. Nel Buddismo è anche possibile celebrare riti matrimoniali a buddisti e non buddhisti, a coppie etero e omo, dato che il matrimonio non è considerato un sacramento ma semplicemente una benedizione di lunga vita coniugale e di successo.


Fonti :http://www.bodhidharma.it

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