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18 juillet 2016, par Stefania Mitrofan

Mahajanaka Jataka

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Mamma respira con me - di Thich Nhat Hanh

venerdì 4 aprile 2014, di Buddhachannel Italia

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Correre dietro a uno scopo ci impedisce di essere veramente vivi. Quanta parte della vita si spreca, correndo dietro al guadagno o al piacere dei sensi? Crediamo che la felicità sia qualcosa da ottenere, in realtà la felicità è qualcosa che succede in ogni momento della giornata. La felicità è accettarsi, essere soddisfatti di se stessi, soddisfatti di essere bambini, quando si è bambini, se si è adulti comprendere la meraviglia di essere quello che si è, senza volere diventare qualcun altro. Questo è un punto molto importante. Secondo gli insegnamenti buddhisti, non porta felicità volere cambiare se stessi, l’ambiente, la situazione, volere diventare qualcos’altro. Il Buddha ci ha insegnato ad accettare noi stessi, perciò dobbiamo imparare a gioire della pace e delle cose che abbiamo.

Gioire dello scrivere, se siamo scrittori, gioire del fare vestiti, se facciamo vestiti, gioire del lavare, se laviamo, gioire del bere un caffè, se stiamo bevendo un caffè, gioire se stiamo parlando con un amico, se stiamo lavando il pavimento. A Plum Village impariamo a vivere in modo che tutto ci porti pace, felicità e libertà.

Occorre imparare a sedersi in pace, in maniera stabile e calma: meditare non significa sentirsi forzati a stare fermi in un posto. I nostri genitori hanno magari passato l’intera vita a correre di qua e di là, non hanno avuto mai un momento per sedersi e provare pace e gioia. Io, come figlio, posso sedermi in modo stabile, posso sorridere e dire: ’Mamma, mi siedo con te, ora. Tu sei in me e io sono in te. Se mi siedo e respiro, anche tu puoi sederti e respirare’. Questo è l’unico modo per liberare la madre dentro di noi. Per aiutarla a porre fine alla sua sofferenza, a quell’agire senza tregua, che non le ha mai concesso un momento di calma e di pace. ’Mamma, siediti con me, respira con me. Quando io inspiro, inspira anche tu. Quando espiro, espira anche tu’.

Inspirando, mi calmo.
Espirando, sorrido.

Se calmo il corpo, la calma raggiungerà anche i miei pensieri, così come il corpo e i pensieri di mia madre, perché il corpo e la mente di mia madre continuano nel mio corpo e nella mia mente. Provate a sentire questa sensazione di devozione e di pietà verso i vostri genitori e offritegliela; essi vi hanno dato la vita e di sicuro hanno voluto prima di tutto la vostra felicità. Meditando, respirando tranquillamente e sorridendo, pace e gioia entreranno nel nostro corpo e nella nostra mente, come nel corpo e nella mente dei nostri genitori. Noi saremo liberati e anche loro lo saranno, perché non pratichiamo solo per noi, ma anche per loro.

Anche adesso che sono anziano, pratico in questo modo:

Inspirando, mi sento calmo e leggero.
Espirando, mi sento sereno e gioioso.

Poi, a volte, chiamo mia madre: ’ Mamma, respira con me ’. A volte chiamo la nonna, a volte mio padre e mentre inspiro ed espiro vedo molto chiaramente che io e lui siamo una sola cosa e gli offro la possibilità di fare la meditazione seduta, la meditazione camminata, di essere in contatto con quegli insegnamenti che a me hanno procurato la pace e la gioia e che a lui sono mancati. Anch’io ho vagato a lungo, cercando la felicità, ma ora ho avuto l’illuminazione che la felicità è proprio qui, nel momento presente. So che posso essere felice mentre lavo, so che posso essere felice mentre preparo da mangiare, mentre sto seduto. Mi sono finalmente fermato, sono tornato a casa e questa casa è il momento presente.

Quando sentiamo una campana, diciamo: ’ Ascolta, ascolta. Questo suono meraviglioso mi riporta alla mia vera casa ’, perché la nostra vera casa è nel momento presente. Il Buddha ci ha insegnato a vivere profondamente ogni momento della nostra vita. Perciò ’ sono a casa ’ significa che smetto di vagare: torno qui, torno da mia madre, da mio padre, imparo a sedermi in pace.

Inspirando, sono a casa.
Espirando, sono arrivato.

Mangiare in silenzio, nel pasto formale, ci dona quaranta minuti di felicità, perché mangiamo insieme al sangha, ci guardiamo sorridendo, sapendo che abbiamo cibo sufficiente, che questo cibo è un dono della terra e del cielo. Impariamo a camminare, consapevoli che ogni passo che facciamo è un miracolo. Quando saremo morti non potremo più camminare, guardare il cielo, sentire il canto degli uccelli, la voce delle persone che amiamo: il fatto di essere vivi è il miracolo più grande.

Inspirando, so di essere vivo.
Espirando, sorrido alla vita.

Impariamo la meditazione seduta e camminata, così da poter vivere profondamente la gioia e la pace del momento presente. Riflettiamo: ’Cosa ho fatto della mia vita? Ho bruciato, sprecato la mia vita, la mia giovinezza? Non voglio più continuare a vivere in questo modo inconsapevole ’. Nel momento in cui abbiamo una simile illuminazione e decidiamo di non volere più gettare via la nostra vita, sapremo come tornare nel momento presente e viverlo profondamente, praticheremo la meditazione seduta e camminata, il pasto in silenzio, in modo da sentirci leggeri, a nostro agio, felici. Ogni momento deve essere una gioia.

Le persone non sanno mangiare, in realtà mangiano la tristezza, la rabbia, l’ansia e perdono il cibo reale, un dono meraviglioso dell’universo. Chi guarda la televisione, invece di guardare il proprio partner o i propri figli, sta compromettendo la felicità. Alcuni si chiedono perché mangiare in silenzio. Non si tratta di semplice silenzio: bisogna imparare a respirare profondamente, per entrare in contatto con il cibo, per entrare in contatto con la pace e la felicità. È lo stesso per la meditazione, per la cucina. Non occorre parlare di cose metafisiche, ma di come portare felicità nella vita quotidiana, qualsiasi cosa facciamo, di come sorridere alla famiglia in cui viviamo, perché la felicità dipende proprio da come camminiamo, da come sorridiamo, da come prendiamo per mano un bambino.

E molto semplice. ’Sono a casa ’. ’Sono arrivato ’. Ma quando diciamo ’casa’, dobbiamo davvero tornare a casa, smettere di girovagare. È un’illuminazione vedere che la felicità è qui, che posso accettarmi così come sono. Quando inspiriamo e diciamo ’sono arrivato ’ ci impegnamo a fermare questo peregrinare. Samatha, il fermarsi, è la prima cosa da imparare. Quando siamo nel momento presente, non corriamo più, scopriamo una pace istantanea. Quando pratichiamo la meditazione camminata nella sala di meditazione, inspiriamo, facciamo un passo e diciamo: ’Sono arrivato ’. Non permettete alla mente di pensare a qualcosa di diverso dai piedi. ’Casa’, ’arrivato’. Camminate in modo che ogni passo vi porti pace, felicità e leggerezza. ’Ad ogni passo sboccia un fiore ’. È come se parlassimo col Buddha, quando diciamo ’casa’, ’arrivato’. Anche il suono della campana è la voce del Buddha che dice: ’Vieni, non correre più ’. E noi rispondiamo: ’Sono arrivato, sono a casa ’. Anche soltanto dopo pochi passi, ci rendiamo conto che la nostra mente è più solida, più libera. Siamo felici, perché siamo più liberi dall’ansia, dall’avidità, dall’ignoranza. Insistiamo nella pratica di ’qui è bello ’, ’ora è meraviglioso ’, fino a quando non cominceremo a sentirci stabili e felici.

Il paradiso è qui, ora, perché qui la nostra anima è in pace, non si disperde in tutte le direzioni. Questo è il posto dove posso prendere rifugio, qui il Buddha mi protegge.

E se perdete la concentrazione e l’attenzione, ma vedete un amico, il vostro maestro che pratica correttamente, sarete aiutati e, a vostra volta, potrete aiutare gli altri.

Durante la meditazione seduta, non dobbiamo fare qualcosa di complicato, stiamo semplicemente seduti, col corpo dritto e rilassato, sentendoci liberi e leggeri. La posizione seduta è una delle più belle che il corpo umano possa assumere. Possiamo rimanere così per venti minuti, rimanendo eretti, ma rilassando ogni muscolo del corpo. Inspirando, dico al Buddha, al mio Maestro, ai miei genitori: ’Sono arrivato, sono a casa ’. È importante ricordarsi di sorridere. Ogni volta sono nella terra del Buddha. A ogni respiro sono più libero, più stabile e posso dire: ’Mamma, respira con me. Ora siamo a casa. Siamo arrivati ’.

A volte chiamo il Buddha: ’Buddha, vieni a respirare con me ’. Respirare con il Buddha ci fa sentire felici, perché è molto facile respirare con lui.

All’inizio possiamo scegliere le persone che ci infondono vitalità e piacevolezza, meditare con loro ci rende felici, possiamo sorridere. A volte possiamo scegliere le persone con cui abbiamo un rapporto difficile. Ci accorgeremo che respirare con loro ci permette di vedere la loro sofferenza e questo fa sparire la rabbia e la tristezza. Provate a praticare così e potrete verificarlo. Io non ho più nemici e perciò mi sento libero e in pace.

Tratto da un discorso di Thich Nhat Hanh del ritiro estivo del 1996

Quando amate qualcuno, dovete essere veramente presenti per l’altro. Ho conosciuto un bambino di dieci anni al quale il padre aveva chiesto cosa desiderasse per il suo compleanno. Il bambino non seppe rispondere: il padre era ricco e avrebbe potuto permettersi di comprargli qualsiasi cosa. Ma il ragazzino disse soltanto: ’Papà, voglio te!’. Il padre era sempre troppo occupato e non aveva tempo per la moglie e i figli. Per dimostrare vero amore, dobbiamo renderci disponibili. Se quel padre imparasse a respirare consapevolmente e a essere presente per suo figlio, potrebbe dire: ’Figlio mio, sono veramente qui per te’.

Il dono più grande che possiamo fare agli altri è la nostra vera presenza. Sono qui per te è un mantra da pronunciare in perfetta concentrazione. Se siete concentrati, corpo e mente uniti, si rivelerà una vera presenza e qualsiasi cosa diciate diverrà un mantra. Non è necessario usare mantra sanscriti o tibetani, potete usare la vostra lingua: ’Caro, sono qui per te’. E se sarete davvero presenti, il mantra compierà un miracolo. Voi, l’altra persona, la vita stessa diventeranno reali in quel momento. In questo modo, porterete felicità a voi stessi e all’altro.

So che ci sei e sono molto felice è il secondo mantra. Quando guardo la luna, respiro profondamente e dico: ’Luna piena, so che ci sei e sono molto felice’. Faccio lo stesso con la stella del mattino. La scorsa primavera ero in Corea e camminavo consapevolmente tra le magnolie. Guardai un fiore di magnolia e dissi: ’So che ci sei e sono molto felice’. Essere lì davvero e comprendere che anche l’altro è lì è un miracolo. Se, contemplando un tramonto, ci siete davvero, lo riconoscerete e lo apprezzerete profondamente. Guardando il tramonto, mi sento molto felice. Ogniqualvolta siete davvero lì, potete riconoscere e apprezzare la presenza dell’altro: la luna piena, la stella polare, le magnolie e la persona che amate di più.

Prima di tutto praticate l’inspirazione e l’espirazione profonda, per recuperare voi stessi, poi sedetevi vicino alla persona che amate e, in quello stato di profonda concentrazione, pronunciate il secondo mantra. Sarete felici voi e l’altro insieme. Questi mantra si possono praticare nella vita quotidiana, ma perché funzionino davvero, dovete praticare la consapevolezza del respiro, la meditazione seduta e camminata, di modo da rendere la vostra presenza una vera presenza.

Il terzo mantra è: Caro, so che soffri. Ecco perché sono qui per te. Se siete consapevoli, noterete che la persona che amate soffre. Se, quando soffriamo, la persona che ci ama non se ne rende conto, soffriamo di più. È sufficiente praticare il respiro profondo e sedersi vicino, dicendo: ’Caro, so che soffri. Ecco perché sono qui per te.’ e la sola presenza allevierà molta della sua sofferenza. Siete in grado di farlo qualsiasi sia la vostra età, anche se siete dei bambini.

Il quarto mantra è il più difficile. Si deve praticare quando siete voi a soffrire e credete che la persona che amate sia la causa della vostra sofferenza. Il mantra è: Caro, soffro. Per favore, aiutami. Sono solo cinque parole, ma sono molte le persone che non sono in grado di pronunciarle a causa del loro orgoglio. Se qualcun altro avesse fatto o detto quella cosa, non soffrireste così tanto. Ma proprio perché è stata la persona che amate, vi sentite profondamente feriti. Vorreste solo andare a piangere nella vostra stanza. Ma se l’amate veramente, quando soffrite tanto, dovete chiedere il suo aiuto, dovete vincere l’orgoglio.

In Vietnam c’è la storia famosissima di un marito che dovette andare in guerra, lasciando la moglie che era incinta. Tre anni dopo, fu congedato e poté tornare a casa. La moglie andò ad accoglierlo all’ingresso del villaggio, portandosi il figlioletto. Quando marito e moglie si videro, non riuscirono a trattenere le lacrime. Si sentirono grati verso gli antenati che li avevano protetti, perciò il giovane chiese alla moglie di andare al mercato a comprare frutta, fiori e altre offerte da porre sull’altare degli antenati.

Mentre lei era a fare spesa, il giovane chiese al bambino di chiamarlo papà, ma il figlio rifiutò: ’Signore, voi non siete il mio papà. Il mio papà veniva ogni sera e la mamma parlava con lui e piangeva. Quando la mamma si sedeva, anche papà si sedeva. Quando la mamma si coricava, anche papà si coricava’. Nell’udire queste parole, il cuore del giovane si fece di pietra.
Quando la donna tornò, egli non riusciva nemmeno a guardarla. Offrì i frutti, i fiori e l’incenso agli antenati, fece le prosternazioni e, poi riavvolse il materassino, senza permettere alla moglie di compiere gli stessi riti, poiché non la considerava degna di presentarsi davanti agli antenati. Ella non comprese il perché di quel modo di agire. Nei giorni successivi, il marito non rimaneva a casa, andava a bere e non tornava che a notte fonda. Alla fine, dopo tre giorni di quella vita, ella non riuscì più a sopportare la situazione e si buttò nel fiume, annegando.

La sera stessa del funerale, quando il padre accese la lampada a kerosene, il bambino esclamò: ’Ecco il mio papà!’ e indicava l’ombra che il padre proiettava sul muro. ’Così veniva papà ogni sera e la mamma parlava e piangeva con lui. Quando la mamma si sedeva, anche lui si sedeva. Quando la mamma si coricava, anche lui si coricava’. ’Caro, da quanto tempo sei lontano. Come farò a crescere tutta sola il nostro bambino?’ diceva piangendo alla sua ombra. E una sera che il bambino le chiese chi e dove fosse suo padre, ella indicò la sua ombra sul muro e disse: ’Ecco tuo padre’. Sentiva così tanto la sua mancanza!

D’improvviso il giovane padre comprese, ma era troppo tardi. Se appena il giorno prima fosse riuscito ad andare dalla moglie a dirle: ’Cara, soffro tanto. Nostro figlio parla di un uomo che veniva ogni sera, con cui parlavi e piangevi, che si sedeva quando tu ti sedevi. Chi è?’ la donna avrebbe avuto la possibilità di chiarire la situazione. Ma non l’aveva fatto, per orgoglio. Lo stesso era stato per la donna. Anche lei si era sentita ferita profondamente dal comportamento del marito, ma non aveva chiesto il suo aiuto. Avrebbe dovuto praticare il quarto mantra: ’Caro, soffro tanto. Per piacere, aiutami. Non capisco perché non mi guardi e non parli con me. Perché non mi permetti di prosternarmi agli antenati? Ho fatto qualcosa di male?’. Se lo avesse fatto, il marito le avrebbe riportato le parole del bambino. Ma anch’ella, prigioniera del suo orgoglio, non chiese nulla.

Nel vero amore, non c’è posto per l’orgoglio. Non cadete nella stessa trappola. Quando vi sentite feriti dalla persona che amate, quando soffrite per causa sua, ricordate questa storia. Non agite come la madre e il padre del bambino. Non fatevi bloccare dall’orgoglio, praticate il quarto mantra: ’Caro, soffro. Per piacere, aiutami’. Se realmente pensate che l’altro sia la persona che più amate nella vita, dovete farlo. Quando l’altro udrà le vostre parole, tornerà a se stesso e praticherà lo sguardo profondo. Insieme potrete risolvere la questione, riconciliarvi e dissolvere quella percezione.

per un’ulteriore approfondimento visita il sito
http://www.esserepace.org
xoomer.virgilio.it




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