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Prajñāpāramitā Ratnaguṇasaṃcayagātha - Sutra della Perfezione della Saggezza - Introduzione

giovedì 9 gennaio 2014, di Buddhachannel Italia

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Breve introduzione

I Sutra della Perfezione della Saggezza o "Prajnaparamita" sono un gruppo di Sutra Mahayana fondamentali, dei quali si conoscono molte versioni sia in sanscrito sia in cinese, nonché in tibetano. Sono in forma di dialoghi e i principali interlocutori sono tre dei discepoli più conosciuti di Buddha: Subhuti, Shariputra e Ananda.

La Prajnaparamita in 8000 linee contiene due versioni del testo: una in versi e una in prosa. La traduzione qui prospettata è quella in Versi dal titolo:“Prajnaparamita Ratnagunasamcayagatha" e consiste in 302 “Versi sulla perfezione della Saggezza che è la Raccolta delle Preziose Virtù”, dove le Preziose Virtù sono quelle della “Madre dei Buddha”, come è specificato nella versione cinese. L’editore della versione originale del testo tradotto da Conze è Haribhadra, grande esperto e conoscitore della Prajnaparamita, vissuto nell’ottavo secolo, sotto la dinastia buddhista dei Pala che regnava nel nord-est dell’India. Con ogni probabilità Haribhadra fece riferimento ad un testo già citato da Candrakirti verso il 600 d.C., sotto il titolo di “Arya Samcayagatha”. Comunque il commentario di Haribhadra: l’Abhisamayalankaraloka, è utilissimo e chiarificante per comprendere la Prajnaparamita. Il Prof. Conze ha usato tale commentario come riferimento per la traduzione. La nostra versione in Italiano si basa in gran parte sulla traduzione di E. Conze.

Probabilmente i 41 versi contenuti nei primi due capitoli della "Prajnaparamita Ratnagunasamcayagatha ", costituiscono la parte più arcaica di questo Sutra, la cui versione più antica può essere ricondotta al primo secolo avanti Cristo. Il suo titolo era verosimilmente “Prajnaparamitacarya”, cioè la “Pratica della Perfezione della Saggezza”. La prima traduzione della Prajnaparamita in ideogrammi cinesi si intitolava “La Pratica del Sentiero”, cioè “Tao Hsing”. Esistono in questa versione poetica 52 versi che non si trovano nella versione in prosa: quelli che trattano delle cinque Perfezioni che conducono alla Perfezione della Saggezza e quelli che trattano delle “Similitudini” che egualmente sono assenti. Di estremo interesse sono appunto le “Similitudini” del capitolo XX che esamina il soggetto particolarmente difficile della posticipazione dell’entrata nel Nirvana per un Bodhisattva e descrive le “Tre Porte per la Liberazione” e come la meditazione su di esse possa essere praticata senza gli indesiderabili effetti collaterali.

Il “Ratnagunasamcayagatha”, che è un sommario in versi contenuto nell’Astasahasrika Prajnaparamita, non è scritto in Sanscrito letterario standardizzato, ma in quello che oggi è conosciuto come Sanscrito ibrido buddhista e può quindi essere di poco precedente al più esteso testo in prosa. Di fatto le versioni antiche di molte opere indiane sono generalmente in versi e siccome i versi sono più difficili da interpolare della prosa, si può arguire che i testi in versi siano giunti a noi meno ritoccati e modificati.
Il “Ratnagunasamcayagatha” è un testo ancora molto popolare in Tibet e si trova spesso associato con due altre opere: “I Voti di Samanthabhadra” e “La Recitazione degli Attributi di Manjushri”.

La versione in prosa è intitolata "Astasahasrika Prajnaparamita", che significa “La Perfezione della Saggezza in 8.000 linee” o ‘sloka’, termine che indica un’unità di 32 sillabe. E’ una delle versioni più antiche di questo Sutra, che risale probabilmente intorno al 100 avanti Cristo. Esistono versioni “espanse” in 10.000, 18.000, 25.000, 100.000 sloka e “contratte” in 25.000, 700, 300 (Sutra del Diamante - Vajrachedika Sutra), 150, 25 (Sutra del Cuore – Hrdaya Sutra) ed infine in una sola sillaba “A”. Il Sutra del Diamante e il Sutra del Cuore sono due testi molto popolari ed hanno avuto una grande influenza sullo sviluppo del Buddhismo Mahayana. Esistono anche versioni Tantriche della Prajnaparamita in manoscritti risalenti al 500 d.C. ed epoche successive.

La lingua dell’Astasahasrika (in prosa) è il sanscrito letterario e la sua antichità è pure confermata dalla prima versione in lingua cinese datata 179 d.C., dove si può notare che il Sutra aveva già assunto il formato di base preservato nell’esposizione sanscrita.

Il testo sanscrito della versione in versi usato qui è quello dei manoscritti Pala datati tra il 1000 e il 1150 d.C., date confermate dalle traduzioni tibetane e cinesi. Il colophon riportato nel bKa’ ‘gyur rivela la grande attenzione e reverenza che alcuni dei più rinomati studiosi tibetani hanno dedicato a questo Sutra nel corso dei secoli.

Sono stati composti molti importanti commentari alla Prajnaparamita, oltre a quelli già citati di Haribhadra e Candrakirti; alcuni di essi, come "L’Ornamento per le Chiare Realizzazioni" (Abhisamayalamkara) di Maitreyanatha, servono come base per comprendere i profondi insegnamenti sulla vacuità e sono importanti testi di studio.

Il nome stesso “Prajnaparamita” è un interessante oggetto di studio: come spiegato da Dignaga, il termine significa “La Gnosi non-duale del Buddha”, (sanscrito: jnanam advayam sa Tathagatah), dove non-duale significa “non differenziata tra soggetto e oggetto”.( sanscrito: advaita grahya- grahaka). Il termine “Prajna” è usualmente tradotto con Saggezza, il termine “Paramita” con Perfezione, ma per quest’ultimo sarebbe più consono seguire il modo con il quale i tibetani lo hanno reso nella loro lingua. Per tradurre il termine sanscrito essi coniano la frase “pha rol tu phyin pa” che significa “Andato al di là”, cioè una Conoscenza Sovramondana o Trascendentale, che esiste al di là di questo mondo relativo e differenziato.
Note alla traduzione italiana

La traduzione inglese sulla quale si è principalmente lavorato e dalla quale sono state estrapolate alcune delle precedenti note, è quella di Edward Conze, pubblicata per la prima volta nel 1958 per l’Asiatic Society of Calcutta. Nella prefazione dell’opera si sottolineava che una traduzione letterale del testo lo avrebbe reso faticoso da leggere e praticamente inintelleggibile a coloro che non disponessero del testo originale sanscrito. Piuttosto Conze preferì una traduzione che chiarisse il significato del Sutra, spesso con l’aiuto del Commentario di Haribhadra e che rimanesse aderente al testo originale solo quando fosse compatibile con la sua comprensione. La riproduzione delle convenzioni letterarie e delle peculiarità stilistiche dell’oratoria sanscrita buddhista non furono, per sua stessa ammissione, tra gli obiettivi che il Prof.Conze si era prefisso.

Nella nostra traduzione in italiano i punti che ci risultavano ancora poco chiari nel testo inglese di Conze, sono stati confrontati con la versione Tibetana e quella Sanscrita, consultando il testo xilografato di questo Sutra contenuto nella versione di Derge del bka’ ‘gyur, intitolato “Shes rab kyi pha rol tu phyin pa sdud pa tshigs su bcad pa” e con la versione contenuta nel bka’ ‘gyur dell’edizione di Lhasa.

Note sulle referenze per la traduzione:

Abbiamo preferito, invece di note e glossario, porre delle parentesi dopo i termini o frasi che necessitavano di un approfondimento o nei casi d’incongruenza tra la traduzione letterale del testo e la versione del Prof.Conze, che si è spesso riferito al commentario per la sua traduzione, la quale, come da lui stesso specificato, non è letterale.

I numeri all’inizio dei paragrafi si riferiscono alla posizione nei testi originali Tibetani e Sanscriti, che sono stati usati per la verifica della traduzione.
In particolare i numeri segnati con (P) corrispondono alla pagina e alla riga nel testo della versione tibetana del vol.34 del bka’ ‘gyur edizione di Derge, qui allegata, dal titolo:
“Shes rab kyi pha rol tu phyin pa sdud pa tshigs su bcad pa”.
I numeri a destra delle righe (dal numero 377) fanno riferimento a pagina e riga dello stesso testo in Tibetano contenuto nel bka’ ‘gyur nell’edizione di Lhasa.

I numeri segnati con V/Sk. sono relativi al numero di pagina del testo Sanscrito anche’esso allegato in fondo al documento.
Redattori: Max Di Palma (trad. dall’Inglese), Mario Manzoni (verifica Tib. e Sans.) e Giovanna Piana (intro e editing.) Speciali ringraziamenti: Min. Bahadur Shakya - Director Nagarjuna Institute www.nagarjunainstitute.com e Dante Rosati


www.mahayana.it


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