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La Morte Secondo Il Buddha

lunedì 26 ottobre 2009

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MAURO VILLONE

Il giovane Siddharta Gautama, Principe della tribù degli Shakya, era ricco, intelligente, forte, coccolato da tutti e bellissimo: non per niente Bertolucci aveva scelto, infatti, Keanu Reeves per il suo film. Ma non era felice. Come avrebbe potuto esserlo, d’altra parte, se per fargli fare lo splendido suo padre, il Re Suddhodana, lo teneva praticamente prigioniero nella capitale del regno, la città di Kapilavastu che si trovava in India, non lontano dal confine con il Nepal.

Il povero Re sapeva benissimo a quale grande progetto era predestinato il figlio e cercava in tutti i modi di offrirgli una vita di bellezza, piacere e opulenza che lo tenesse il più lontano possibile dai pensieri e dalla sofferenza quotidiana.

A sedici anni Siddharta sposò la meravigliosa principessa Yashodara, portandola via in una gara di tiro con l’arco (alla faccia del femminismo) agli altri pretendenti, tra i quali si trovava anche il suo cattivissimo cugino Devadatta, il quale, roso dalla gelosia, sarebbe in seguito diventato un demone precipitando vivo nell’inferno.

Ma il Karma(1) non è acqua e la tradizione vuole che il giovane principe durante una gita fuori dalle mura della città si imbattesse in quattro diversi personaggi. Alla porta orientale vide un vecchio, a quella meridionale un malato, a quella occidentale un cadavere e a quella settentrionale un saggio.

Come in tutte le leggende il giovane eroe era un tosto e invece di fuggire a tali visioni drammatiche e per lui nuove e traumatiche, cominciò a farsi un sacco di problemi, a porsi un sacco di domande, senza vergogna, come fanno tutti gli adolescenti.

Ma lui, che era un predestinato, ebbe la forza di decidere: sarebbe diventato anche lui un saggio, un uomo di ricerca, un monaco. Qui la leggenda si stempera nella realtà della vita quotidiana, e il giovane, la cui esistenza è storicamente accertata, diventò veramente un monaco vagando alla ricerca di maestri e di pratiche che gli indicassero la via dell’illuminazione con una determinazione tale da valergli l’appellativo di Shakyamuni, il Saggio degli Shakya.

I sutra raccontano che a trent’anni Shakyamuni raggiunse l’illuminazione sotto un albero nella città di Gaya e cominciò la sua predicazione per diffondere la Legge.

Tralascio il resto rimandando agli ottantaquattromila insegnamenti buddisti e agli innumerevoli Sutra(2) che si possono comodamente trovare in tutte le biblioteche tibetane, in molte cinesi, giapponesi e cambogiane, in sanscrito(3), tibetano o ideogrammi cinesi per chi non avesse dimestichezza con le prime due lingue.

Quello che invece vorrei raccontare in questa sede è una esperienza personale, facendo un salto in avanti nel tempo di circa 2.600 anni.

Erano gli anni settanta del secolo scorso quando, ancora ragazzo, cominciai a volgere parte del mio distratto interesse verso la ricerca filosofica, lo yoga e le religioni.

Niente città capitale del regno, niente lusso e agi, nessuna predestinazione e, soprattutto, niente principessa Yashodara. D’altra parte nessun problema di governo o con cugini malvagi.

In seguito mi avvicinai al buddismo tibetano, scoprendo i mantra, i mudra, gli yantra e i mandala, poi allo sciamanismo per esplorare infine, quando il secolo si apprestava a volgere al termine entrando nel suo ultimo decennio, il buddismo giapponese di Nichiren Daishonin.

Le scuole di buddismo sono molte. In primo luogo, senza addentrarsi nella questione, è necessario sapere che esistono due grandi ceppi: il Buddismo Hinayana e il Buddismo Mahayana.

Mentre il Buddismo Hinayana (o piccolo veicolo) è diffuso nel sud-est asiatico, il Buddismo Mahayana (o grande veicolo) si è sviluppato nel nord dell’India dove poi è scomparso, nel Nepal, nel Tibet (sincretizzato con lo sciamanismo centro-asiatico), in Cina e in Giappone.

Il Budda storico è lo stesso per tutti, i principi fondamentali e i sutra di riferimento anche, ma le diverse scuole e i diversi maestri considerano più importante ora uno ora l’altro insegnamento.

Molti insegnamenti e principi sono poi stati aggiunti da vari maestri, monaci e studiosi che hanno approfondito i sutra e redatto vari commentari e trattati.

Ma molti dei principi fondamentali sono rimasti inalterati in tutte le scuole. Tra questi proprio quello legato all’incontro del giovane Siddharta con i tre tizi e il cadavere alle porte della città.

Si tratta delle quattro sofferenze fondamentali della vita da una parte e della illuminazione dall’altra.

In pratica queste quattro sofferenze, secondo il buddismo, sono: la vecchiaia (l’incontro con il vecchio decrepito), la malattia (l’incontro con il lebbroso), la morte (la visione del cadavere) a cui si va ad aggiungere la nascita (anch’essa un momento cruciale e doloroso di trasformazione nell’ambito della vita).

Ad esse si va a contrapporre la figura del monaco, del saggio, dell’uomo illuminato il quale, in qualche modo, si è affrancato da tali sofferenze fondamentali.

A una prima osservazione di siffatta teoria possiamo rilevare anzitutto che la morte si trova sullo stesso piano delle altre sofferenze, compresa la nascita. Sono tutte fasi di trasformazione. Sono tutte fasi determinanti, difficili e dolorose dell’esistenza. Sono tutti aspetti della vita inscindibili da essa, in altre parole sono parte costituente della vita stessa.

Di più, si compenetrano reciprocamente perchè dove si trova una, per esempio la vecchiaia, là possiamo trovare anche la morte incipiente (delle cellule), mentre per contro tutti sappiamo che una malattia grave, il cancro, è in ultima analisi (semplificando molto) un insieme di cellule che nascono e si sviluppano oltremisura senza più morire.

Spesso nei testi buddisti si parla proprio di legge di vita e morte. Spesso le due parole si trovano legate insieme. Secondo il buddismo la vita e la morte sono due manifestazioni della stessa cosa. Nel buddismo l’inizio e la fine di qualcosa hanno un’importanza relativa, ciò che è importante è la trasformazione (così come lo è per altre discipline così diverse come l’alchimia o la scienza occidentale).

Per il buddismo la morte è una trasformazione come le altre che rispetto ad esse ha la sola peculiarità di separare l’esistenza dalla materia. Ma anche questo fatto, pur nella sua terribile e devastante profondità, viene superato nel buddismo dalla considerazione della materia come null’altro che uno degli innumerevoli casi particolari di energia (come di nuovo ci suggerisce la scienza). Così il buddismo ci insegna che con la morte la vita non scompare affatto, ma si ritrae in uno stato di latenza che i giapponesi chiamavano (e chiamano) ku(4).

Nello stato di ku dunque, secondo il Buddha, l’essere continua a esistere, anche senza manifestarsi, ma solo fino a quando non si manifesteranno di nuovo le condizioni per una nuova esistenza nel mondo della materia.

Quello che capita a una persona moltiplicato per i miliardi di persone che esistono e sono esistiti sul pianeta, moltiplicato per gli animali, tutti gli altri esseri viventi, le cellule, i pezzettini, i miliardi di miliardi di miliardi di particelle del pianeta, moltiplicato per i miliardi di galassie dei miliardi di universi (un numero - se è un numero - al di là della comprensione di qualsiasi intelligenza sia naturale che artificiale) è il Samara(5), la realtà in cui tutto è in continuo divenire (in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma - ci dice nuovamente la scienza).

Sul piano pratico tutto questo a cosa serve? - mi direte voi - A cosa serve sapere, ammesso che sia vero, che le cose stanno così se poi uno tira le cuoia prima del tempo per lo stress causato dalle bollette da pagare o dalle gare d’appalto perse? È molto semplice, almeno secondo il Buddha.

Sembrerebbe dagli scritti dei suoi discepoli che la morte sia proprio il punto chiave. Sembrerebbe che affrontare la morte con lo spirito corretto sia la garanzia di una vita vissuta nel modo giusto. Ma non la morte qualunque (quella che ci aspetta alla fine della vita o che è in agguato dietro ogni angolo, in ogni momento), bensì la Signora Morte, quella sempre presente, alla fine come all’inizio, sempre e durante: la morte quotidiana.

Sembrerebbe sempre secondo scritti buddisti, in particolare del già citato Nichiren Daishonin, che affrontare la morte tutti i giorni faccia bene alla vita. Ma non girare imbottiti di tritolo per le strade di Gerusalemme, tanto per fare un esempio. In ben altro modo. Vediamo quale.

Un Sutra molto importante chiamato "Sutra del Loto", secondo l’interpretazione di Nichiren, servirebbe allo scopo. Il titolo di tale Sutra in Giapponese antico è "MyoHoRengeKyo". Dove Kyo significa Vibrazione e Sutra (o libro o insegnameno); Renge significa Fiore di Loto, ma anche causa-effetto (che nella concezione orientale in senso lato sono simultanei e non consequenziali); Ho significa Vita, ma anche Legge; Myo significa Morte, ma anche Mistico. Myoho significherebbe dunque Legge Mistica di Vita e Morte.

La tradizione tantrica insegna che la ripetizione all’infinito di una frase detta mantra(6) porta dei benefici. In Tibet, ad esempio, esiste una quantità enorme di mantra, ognuno destinato a soddisfare un’esigenza specifica. Facendo precedere "Myo- HoRengeKyo" dal suffisso Nam(7) diventa: NamMyoHoRengeKyo, che nella sua interezza significa: "Mi affido alla Legge Mistica di Vita e Morte, Causa ed Effetto tramite Vibrazione". Non è propriamente un mantra perché è conosciuto come invocazione (della Legge), ma ha la loro stessa struttura e la loro stessa caratteristica di apportare dei benefici.

Tali benefici, riferendosi alla Legge generale di Causa ed Effetto, sono di carattere generale e non su un tema specifico. In particolare, riferendosi tale invocazione alla Legge di Vita e Morte, la sua ripetizione porterebbe nel tempo a una profonda presa di coscienza della realtà universale di tale Legge, portando così a superare (tra le altre cose) il muro culturale e concettuale che, apparentemente, si trova tra la Vita e la Morte.

La ripetizione di frasi, di canti o più semplicemente di ritmi è una cosa che si trova in tutte le culture, anche in quella occidentale cattolica. Sto pensando alla recitazione del Rosario o dei Vespri. Ed è di nuovo la Scienza a venirci in aiuto per tentare di dare una spiegazione razionale di come questo avvenga.

Alcuni autori hanno ipotizzato che la ripetizione continua di una frase (che abbia un profondo significato sul piano filosofico o spirituale) costringendo la lingua e le labbra a ripetuti movimenti sempre uguali sia utile alla stimolazione delle stesse terminazioni nervose e quindi potrebbe in qualche modo influenzare la programmazione del cervello o del corpo.

Una più vasta compagine di altri autori è concorde nell’affermare che più in generale il ritmo è un ingrediente fondamentale nei processi di modificazione degli stati di coscienza di qualsivoglia natura. Sempre la scienza ci insegna che effettivamente, al di là dell’essere umano, vita e morte sono continuamente presenti in ogni istante nell’universo. Come per esempio nascita e morte delle cellule, di una stella, di un’oceano, dell’intero universo che (forse) collasserà nel Big Crunch(8) non per morire per sempre, ma per dare poi nuovamente origine a un altro universo.

Mi piacerebbe in futuro scrivere su queste pagine proprio di questo, di vita e morte di astri, oceani e continenti, per ricordarci che vita e morte dell’uomo non sono che un caso particolare di vita e morte di ogni cosa nell’infinito.

NOTE:

  • 1 Karma.
    Letteralmente "azione compiuta". È l’insieme di azioni, pensieri e parole compiute da un essere umano nel corso della sua esistenza. Può essere considerato una sorta di destino dinamico, in quanto la sua direzione può cambiare e può essere modificato a causa di nuove azioni e nuovi pensieri. Più in generale il karma può riferirsi a interi popoli, a tutti gli esseri viventi, a tutto l’universo.
  • 2 Sutra.
    Scritture sacre o di carattere religioso e spirituale. Più in generale "libro", anche se indica per lo più testi di tipo solenne o epico. Potrebbe essere paragonato al concetto occidentale di "Bibbia".
  • 3 Sanscrito.
    Una delle prime lingue apparse sul pianeta e con la quale furono redatti molti trattati nell’India di 4.000-2.000 anni fa.
  • 4 Ku.
    In giapponese indica un concetto complesso che può essere sintetizzato come "vuoto", ma non inteso come "nulla" perchè trascende sia esistenza che non esistenza. È lo stato di latenza nel quale si raccoglie la vita quando non si manifesta nel mondo fenomenico.
  • 5 Samsara.
    L’universo in cui viviamo dove tutto è in continua, eterna trasformazione.
  • 6 Mantra.
    Formule o frasi. Non sono frasi qualsiasi, sono estratti di testi sacri con una struttura precisa e sono in generale composte di due parti, sono duali. La prima parte introduce l’argomento, la seconda lo risolve. La prima parte corrisponde all’inspirazione, la seconda all’espirazione. E’ una struttura che simboleggia appunto l’apparente dualità della vita.
  • 7 Nam.
    Dizione contratta di Namu che in sanscrito significa "dedicarsi" o "affidare la propria vita a…".
  • 8 Big Crunch.
    Fase successiva al Big Bang, l’esplosione primordiale che, si ipotizza, abbia dato origine all’universo e nella quale teoricamente ancora ci troviamo essendo l’universo tuttora in espansione. Molti studiosi ritengono, anche a rigor di logica, che al termine dell’espansione debba verificarsi una successiva contrazione per ridurre l’universo a un puntino di dimensioni infinitesimali e di massa infinita che dovrebbe poi dare origine a un nuovo Big Bang. Durerebbe all’infinito. Altre scuole però hanno avanzato l’ipotesi che l’universo potrebbe essere in continua eterna espansione.

    MAURO VILLONE
    www.oltremagazine.com

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